THE TURN OF THE SCREW - GIRO DI VITE

The Turn of the Screw
Opera lirica in un prologo e due atti
Libretto di Myfanwy Piper

ispirato all'omonimo racconto di Henry James
Musica di Benjamin Britten

 

Direttore Jonathan Webb
Regia Benedetto Sicca
Scene Maria Paola Di Francesco
Costumi Marco Piemontese
Luci Marco Giusti
Elaborazione video Marco Farace
Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino

 

Governess Lisa Milne/ Anna Gillingham
Prologue/Quint John Daszak
Mrs. Grose Gabriella Sborgi
Miss Jessel Yana Kleyn
Flora Erin Hughes

Miles Theo Lally

 

debutto: Teatro Goldoni 22 maggio 2015

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Il giro di vite è un’opera di Britten, ma anche un racconto lungo di Henry James. Allestire quest’opera rende necessaria una riflessione su ciò che prima James e poi il compositore inglese, con la complicità della librettista Myfanwy Piper, hanno costruito intorno ad una storia curiosa - per dirla con le prime parole del prologo dell’Opera. Si tratta di un meccanismo molto elaborato, basato su stratagemmi linguistici e distrazioni narrative, che chiamano continuamente in causa il lettore e lo spettatore: si apre una porta, lo si conduce a porsi delle domande (o ancor meglio a sentire delle domande), gli si offrono strumenti per approntare una risposta e, non appena quella risposta sta per giungere, li si mette nelle condizione di doversi porre una nuova domanda.

Il dubbio è la vite che gira nella testa e nell’animo dello spettatore: un dubbio che ha a che fare con i propri fantasmi interiori, con le proprie paure, con i propri desideri e le proprie fantasie più recondite.

La curiosa storia di fantasmi in cui – come nelle più recenti trasposizioni cinematografiche – è impossibile capire se i vivi siano davvero più reali dei fantasmi o i morti si accaniscano a cercare di sentirsi vivi, è una profonda messa in discussione delle certezze dello spettatore chiamato ad avvitarsi sul mistero del male e dell’innocenza perduta, senza capirne il perché.

Il giro di vite è la storia di una Governante che va ad occuparsi di due bambini orfani, affidati solo alle cure di una cameriera anziana e semi analfabeta ed alla tutela a distanza di uno zio ricco e sornione. Ma il plot diviene un contenitore di sospetti tra ciò che è accaduto e ciò che è insinuato, ed in questo limbo si articolano opinioni ed immagini del presente e del passato del tutto arbitrarie, che deformano la realtà e la rendono una delle possibili declinazioni di un punto di vista.

Di chi è questo punto di vista? Non si sa. Il punto di vista, come il tema congegnato da Britten, varia e rivaria e si attorciglia nell’evoluzione (e involuzione) dell’Opera. E se il punto di vista varia, la soluzione ai quesiti, ai nostri dubbi, slitta. Cosa è successo al piccolo Miles? Che cosa ha fatto a scuola di tanto grave da meritare un’espulsione? Che cosa c’era tra lui e l’ex maggiordomo Peter Quint? Che rapporto c’è tra il defunto Peter Quint e l’altrettanto defunta moglie? Che rapporto c’è – se ce n’è uno – tra Peter Quint e lo zio tutore legale dei bambini? Perché la Governante accetta, supinamente, le condizioni dello zio tutore? Perché la Governante lascia sua figlia per andare ad occuparsi di questi due bambini sconosciuti (ecco un’eco della Signora Wix, ossessiva e super-egotica governante della piccola Maisie del romanzo “Quel che sapeva Maisie” sempre di Henry James).

La mancanza di risposta a questi quesiti sollecita la memoria dello spettatore ad un’anamnesi delle proprie caverne interiori. Una larga parte degli esegeti del libretto e della musica de Il giro di vite (e prima di questi, del racconto di James) pongono al centro di questa storia di fantasmi una domanda: i fantasmi esistono o sono il risultato di una proiezione della mente di questo o quel personaggio (spesso della Governante)?
Credo che il compito di un interprete di questo testo sia sottrarsi a tale dualismo, ed imprimere all’opera un ulteriore giro di vite che permetta agli spettatori di dubitare di più, di perdersi ancora di più nei propri meandri interiori.

Se il linguaggio utilizzato dal primo giro di vite (James) è quello della scrittura e quello utilizzato dal secondo giro di vite (Britten) è la musica, quello che ho scelto per imprimere il terzo giro di vite è il teatro visuale fatto di immagini stereoscopiche (3d) e ombre. La stereoscopia concretizza davanti agli occhi dello spettatore presenze sottili, proiezioni del racconto. Il ribaltamento e la confusione tra un mondo bidimensionale fatto di ombre in carne ed ossa ed un mondo tridimensionale che galleggia nell’aria permette di raccontare una storia in cui la meravigliosa musica di Britten ci conduce, comunque, al tragico epilogo della misteriosa morte di un bambino innocente.

La narrazione del bambino che è dentro ognuno di noi e le perversioni che lo abitano, sono il terreno su cui le note e le parole costruiscono le immagini delle nostre paure più recondite.

Benedetto Sicca