E, Ù CARESTIA?

di Benedetto Sicca

con Gabriella Aiello, Andrea Capaldi, Luca Carboni, Gaia Insegna, Vinicio Marchioni, Rossana Piano

e d’altro canto Fabrizio Belleni, Gennaro Del Gaudio, Guido Ferretti, Marcello Puca, Sergio Tassi, Mark Weir

performance Giuliano Pastori

training Cecilia Ligorio

scenografia e disegno luci Giacomo Vezzani

musiche Francesca Ferri

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Debutto al Nuovo Teatro Nuovo di Napoli -  8 gennaio 2008

Lo spettacolo si basa su una ricostruzione (del tutto ipotetica) dei frammenti dei vangeli apocrifi, che ci consentono di raccontare una storia che tutti conoscono attraverso un punto di vista appena spostato e sbilanciato verso un tratto umano e archetipico dei protagonisti della storia dei vangeli.

Tutti questi testi sono in realta’ una soggettiva di un celebrante che tentera’ di ri-impossessarsi del rito a cui e’ “condannato” dalla sua funzione-professione, di cui non coglie piu’ pienamente il senso, e di cui quindi si vuole riappropriare proprio alla luce di quei testi che sono stati considerati nei secoli, apocrifi o addirittura eretici, solo per aver tentato, secondo lui, di dire a modo loro, la verita’.

Questa nuova, privata celebrazione e’ ricostruita nelle parole, nelle musiche e nelle icone, attraverso un quadro, una pala d’altare “apocrifa”, che un performer -Giuliano Pastori- dipingera’ in scena ogni sera, nella prima parte dello spettacolo.

 “E, ù carestia?” è una domanda. E’ un percorso nella memoria. Ed è una catena di ipotesi. E’ un tentativo di un gruppo di teatranti, attraverso un “incontro tra memorie” di accorciare le distanze tra sè e un tema –quello dell’uomo e della sua naturale vocazione alla spiritualità – mai risolto e mai pienamente risolvibile, se non attraverso una nuova domanda.

 

 

 

 

 

 

 

 

Un gruppo di teatranti, un gruppo di persone, attori, cantanti, compositori, artisti, alla ricerca di nuove domande che possano nascere dal vuoto che si crea nella mente di chi ascolta una storia di cui conosce già tutto dalla nascita, e che nel momento in cui un dettaglio di quella storia viene tradito con una sfumatura leggermente diversa da quella che si conosceva, crea un “vuoto di memoria” che il teatro è chiamato a colmare.

 Il confine tra ciò che è canonico e ciò che è apocrifo, tra ciò che è sacro e ciò che è profano, tra ciò che è inedito e ciò che è storico, è lo stesso territorio in cui muoversi alla ricerca della sintesi tra queste (apparenti?) antinomie. Non alla ricerca di una qualsivoglia sorta di “morale soggettiva”, ma alla ricerca delle grandi risorse dell’individuo: la sua fragilità; la sua capacità di contraddirsi.

Quanto il contorno sociale e famigliare, influenzi la possibilità di ciascuno di avere a che fare con le proprie paure e le proprie contraddizioni, è una delle costole di questo testo. Come lo sono il dialogo con il sopruso, e il dolore della perdita. Ed è il senso di scoprire come la lotta tra queste “cose terrene” e la vocazione spirituale possa mirare, attraverso il logos, verso una sua ricomposizione.

Ma questa ricomposizione non sarà altro che una nuova domanda senza altra risposta che una nuova domanda.

La fede ha il potere di interrompere questa catena di domande. Ma là dove tra la fede e il singolo si frappongono uomini e riti, a indirizzare, vincolare, educare, accade che domande di alcuni, vangano poste a mò di risposta per altri. E la fede non serve più a sospendere le domande, ma ad evitarle. Chi a questo punto non si accontentasse più di ricevere risposte, ma ricominciasse a porsi delle domande, si troverebbe di fronte a nuovi obbiettivi di comprensione e conoscenza di sé e del mondo. E cercherebbe tra le parole che conosce e quelle che ancora non ha conosciuto, un nuovo percorso per approdare, liberamente, a nuove domande, o alla loro rinuncia.

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